High Flying Bird… Parliamo di Basket, di social network, di neri o di business?

High Flying Bird è un nuovo film prodotto da Netflix e diretto da Steven Soderbergh, l’abbiamo visto, anzi guardato, ma ci abbiamo capito poco. Il film tratta argomenti che di per se sono tutti collegati, l’ NBA, le vite dei giocatori che diventato pubbliche a causa dei social network, le dinamiche a tema razziale e i tanti soldi che girano dietro le quinte di uno dei campionati sportivi più famosi al mondo. Il problema è che vedendo il film sembra quasi un’ accozzagli di tutti questi elementi riportati su pellicola frettolosamente e in modo poco approfondito, il che rende l’ insieme poco chiaro. Qual è il punto in questo film?


Innanzitutto per la prima ora di film ci si chiede dove questo vada a parare, qual’è il messaggio che un film del genere vuole lasciare? è un film di denuncia? forse. Inizialmente sembra che si parli di business, con il protagonista, Ray Burke, che appare come un manager a cui interessa più il benessere dei suoi assistiti che i soldi. Si fa in quattro per spiegare al suo ultimo cliente, Erik, che la sua carriera è in buone mani. Discute con i dirigenti dell’ agenzia per cui lavora a favore dei giocatori, e si batte per loro.

Poi arriva il momento delle povere comunità nere, e del loro legame con lo sport, in particolare il basket. Ray va ad un campo nel South Bronx, dove un’ allenatore nero, con cui sembra amico di vecchia data, allena un gruppo di ragazzini del quartiere. Qui la conversazione sfocia sul tema razziale, di come il basket sia stato loro rubato e trasformato in un sistema per fare soldi.

A questo punto spunta fuori l’NBA, o meglio, l’entourage che cura gli interessi della lega. Un manipolo di stronzi che son interessati solo a guadagnare più soldi, fregandosene dei giocatori, dello sport, e di qualsiasi altra cosa.

Ma proprio quando pensiamo di aver colto finalmente il filo logico di questo film, ecco che fanno capolino i tanto di moda Social Network, e il mondo in cui questi privino i giocatori della vita privata. La loro vita diventa uno spettacolo 24 ore al giorno, e loro immagine gli viene strappata, senza che nemmeno se ne rendano conto.

Dopo che tutti questi temi vengono affrontati, ed è passata circa un’ ora di film, cominciamo a chiederci dove questo ci voglia condurre, così pazientiamo, ma la mezz’ora successiva passa alternandoli sporadicamente e velocemente, raggiungendo il culmine alla fine, quando spunta fuori il libro”The revolt of a black athlete”. Che ci fa chiedere alla prima persona che passa nei dintorni “Cosa cazzo cerca di dirmi questo figlio di puttana?”

Insomma il film non sembra al livello di una produzione come Netflix, gli attori se la cavano e portano a casa la sufficienza, ma ciò che veramente ci fa odiare questo film, è il fatto che ci abbia portato al limite della follia, togliendoci il sonno mentre ci chiediamo “Che cosa dovevo cogliere?” La verità, secondo noi, è che qualcosa da cogliere sicuramente c’è, e magari qualcuno più istruito o abituato ad analizzare i significati nascosti dei film saprà dirvelo, ma la verità, è che un film dovrebbe essere abbastanza immediato, almeno quando il suo obbiettivo è proprio quello di mandare un messaggio.

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